suor Graziella Bazzo_Centro Speranza

Abbracciare i fratelli con passione e misericordia

Nell’Anno Santo Straordinario della Misericordia proclamato da Papa Francesco, Suor Graziella Bazzo eam, coordinatrice pedagogica del Centro Speranza, ci racconta l’esperienza della comunità religiosa che, a Fratta Todina, segue le orme di Madre Speranza.

Ogni istituto religioso nasce da un fondatore o fondatrice e da un carisma suscitato dallo Spirito Santo, in una determinata epoca, per rendere vivo e attuale il Vangelo. Fondatrice delle Ancelle dell’Amore Misericordioso è stata la beata Madre Speranza Alhama Valera. In Umbria, precisamente a Fratta Todina (Pg), nel 1948, la Beata Speranza ha fondato la nostra comunità, composta da 17 religiose, che, ancora oggi, risiede presso palazzo Altieri, edificio storico del Seicento, nel centro del paese. La casa dal 1996 è sede della provincia religiosa “Maria Mediatrice”. Nello stesso anno è stata istituita anche la casa di formazione della provincia. La comunità, in sintonia con il carisma, svolge tre attività: scuola dell’infanzia e asilo nido, servizio riabilitativo ed educativo diurno e ambulatoriale per persone con disabilità oltre ai servizi svolti in parrocchia.

Guidate dalla testimonianza luminosa della nostra fondatrice, come sottolinea anche Papa Francesco, siamo chiamate a “vivere il presente con passione”, ciò significa che in una società dello scontro, della sopraffazione sui più deboli, delle disuguaglianze, siamo chiamate a offrire un modello concreto di comunità che, attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e della condivisione del dono di cui ognuno è portatore, permetta di vivere la mistica dell’incontro.

La Beata Speranza ha incontrato, incarnato e testimoniato l’amore e la Misericordia di Dio: un Dio che ama con tenerezza ogni essere umano, senza distinzioni.

Nel corso della sua vita, Beata Madre Speranza esprimeva il desiderio di poter realizzare, proprio nella casa di Fratta Todina, un’opera in grado di accogliere e curare bambini e ragazzi con disabilità, insieme alle loro famiglie. Ciò avvenne l’anno successivo alla sua morte.

Il servizio che svolgiamo al Centro Speranza parte dal riconoscimento del “valore primario della persona umana in tutte le sue espressioni”. Le persone con disabilità, nel nostro mondo efficientistico, sono considerate “povere” non in senso evangelico, ma perché non hanno gli strumenti umani per “correre” e competere con chi usa la vita per possedere, per apparire, per fare.

La novità del “Vangelo della Misericordia” rivela il valore unico e inestimabile di queste creature: Gesù li proclama “beati” perché il Padre riserva loro un amore preferenziale e gratuito, un’attenzione e una tenerezza speciale. Se questo è l’amore di Dio per loro, quanto deve cambiare il nostro modo di pensare e di guardare al nostro prossimo!

La presenza di bambini e ragazzi con gravi disabilità al Centro Speranza, nella nostra comunità religiosa e parrocchiale, tiene viva una visione della vita umana che spesso ci sfugge: “La vita come dono gratuito, come servizio, gioia di amare e di essere amati”.

Insieme ai nostri collaboratori laici vogliamo essere in questa Chiesa locale espressione dell’amore e della tenerezza di Dio che non abbandona mai le Sue creature, privilegiando i più poveri: “Gesù ama svisceratamente l’uomo; altrettanto dobbiamo fare noi… L’uomo, il più miserabile e perfino il più abbandonato, è amato con immensa tenerezza da Gesù, che gli è padre e tenera madre” (M. Speranza).

L’invito a stare sempre dalla parte dei “piccoli” si traduce in accoglienza verso chi è escluso e indifeso ed è trasformato in “preferenza”, che sta evangelicamente nel prediligere i bambini, i deboli, i poveri, gli umili, i sofferenti, i più bisognosi.

Ogni giorno siamo guidate e attingiamo forza dalle parole evangeliche: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Siamo poi consapevoli che “il servizio più alto che si può dare a una persona è di farla diventare ciò che è”.

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